La fecondazione non è uguale per tutti: le coppie del Sud costrette a pagare

DIPENDE solo dalla carta di identità. Chi abita nella regione giusta non paga, tutti gli altri invece sì. In Italia la procreazione medicalmente assistita non è più uguale per tutti. In un periodo di pesanti difficoltà economiche per la sanità, di governatori che fanno i salti mortali per non chiudere in rosso i bilanci, di fondi nazionali che aumentano troppo poco, qualcuno ha detto basta: la fecondazione omologa ed eterologa non si rimborsa più, resta a carico dei pazienti. La conseguenza è che il Paese è spezzato in due. Le regioni del Sud, ma non solo quelle, stanno togliendo il servizio ai propri cittadini, altre continuano ad assicurarlo.

La Puglia è apparentemente la più motivata a non rimborsare più la pma ma anche Calabria, Sicilia e Campania hanno detto stop. Qualcosa si muove anche in Trentino Alto Adige. Non ancora chiara la situazione nel Lazio, i funzionari dicono alle altre Regioni che i rimborsi sono fermi mentre il sub commissario per la sanità Giovanni Bissoni ci tiene a rassicurare: i cittadini saranno coperti. C’è poi chi non rimborsa l’eterologa ma passa solo l’omologa, come il Piemonte e la Lombardia, regione che si è messa subito di traverso quando il trattamento ha avuto il via libera nel sistema sanitario con la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge 40, nella primavera 2014.

Ovviamente le regioni che non pagano per chi si sposta, non offrono più il trattamento gratis nemmeno nel loro territorio dove le liste di attesa sono già lunghe. In certi casi sono state fissate delle tariffe, come in Puglia dove si parte da 1.600 euro, somma ben più bassa dei 3-4mila euro richiesti dai privati. Visto che nella sola Toscana sono circa 3.500 le persone che arrivano dalle realtà che hanno bloccato i rimborsi, si stima che siano almeno 10-15 mila le coppie che per cercare di avere un figlio dovranno pagare l’intera prestazione.

In questi giorni i dirigenti degli assessorati del Sud stanno avvertendo quelli del Centro nord via mail o per telefono che non ci saranno più rimborsi. Ai centri pubblici o convenzionati toscani, umbri, lombardi, veneti o emiliani stanno arrivando lettere del proprio assessorato che invita a informarsi sulla provenienza dei pazienti. Chi arriva da una delle regioni che non paga deve avere un foglio della Asl che attesta un rimborso. Oppure deve pagare a prezzo pieno quello che fino a qualche giorno fa a un suo concittadino costava 500 euro di ticket. L’alternativa è una sola: respinto.

“Continua ad esserci una discriminazione economica tra le coppie, la stessa rilevata dalla Corte Costituzionale  –  dice Maria Paola Costantini, avvocato di tanti aspiranti genitori che con i ricorsi hanno contribuito a smantellare la legge 40  –  Al Sud l’offerta è quasi tutta privata, così si continua ad andare all’estero per l’eterologa e a fare le code nelle altre regioni per l’omologa. Ora lo stop. La Toscana ha detto basta alle prestazioni gratuite per chi arriva da regioni che non rimborsano. E ha ragione, il ministro aveva promesso di mettere la pma nei livelli di assistenza. Ma nulla è ancora accaduto”.

Dal punto di vista formale non c’è alcuna irregolarità nel bloccare i rimborsi. La fecondazione non è nei lea (la lista di prestazioni minime che le regioni sono obbligate ad assicurare). Finora però, in base a una convenzione non scritta, veniva gestita come se fosse in quell’elenco, e c’era la copertura economica della regione di provenienza per chi si spostava. Adesso si blocca tutto. La situazione potrebbe cambiare se venisse approvata la riforma dei lea, pronta da mesi. Prevede l’eliminazione di alcune prestazioni sanitariee e l’aggiunta di nuove, tra le quali sia la fecondazione omologa che l’eterologa.

Ma ad affliggere la pma nel nostro paese sono anche le liste di attesa. “Da noi, meta di aspiranti genitori in arrivo da tutt’Italia, ci vuole oltre un anno per l’omologa  –  dice Carlo Bulletti, primario dell’ospedale di Cattolica  –  Riguardo all’eterologa, abbiamo 450 coppie in attesa. Mancano i gameti, facciamo l’egg sharing ma non ci sono donatori a sufficienza”

Fonte http://www.repubblica.it/salute/benessere-donna/fertilita-e-infertilita/2015/10/10/news/fecondazione-124737138/